Nel corso della prima puntata della nuova edizione di "Striscia la notizia", Luca Abete ha portato alla luce quanto avviene in Campania da diverso tempo nel mondo dei cantanti neomelodici. Tute griffate e canzoni che parlano di vita di strada, droga, armi e denigrano le forze dell’ordine. È un vero e proprio trend che vede come protagonisti alcuni cantanti di questo genere da anni ormai amatissimo. Tra fascinazione criminale, violenza e frasi sboccate il fenomeno inquietante è quello che però vede questi artisti chiamati a esibirsi alle feste di bambini. Per questo, l'inviato del tg satirico di Antonio Ricci ha sottolineato come i testi di queste canzoni non siano adeguati al loro nuovo pubblico. TGCom24 - 23/01/2026 https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/striscia-la-notizia-melodici-malavita_108205052-202602k.shtml
L'intervista all'inviato campano che quest'anno festeggia i 21 anni di partecipazione con il programma di Canale 5 che sbarca in prima serata: "Non ho mai vacillato. Sono nato per fare Striscia" Striscia la notizia torna in onda giovedì su Canale 5, spostandosi dal consueto access prime-time alla prima serata, dopo sette mesi di stop. NapoliToday ha intervistato Luca Abete, storico inviato del programma di Antonio Ricci, su tutte le novità che lo riguarderanno in questa nuova edizione. Quali sono le novità principali che riguardano il programma e cosa cambierà nei servizi di Luca Abete? “Sono passati un po’ di anni ma ripartiamo come se fosse la prima volta. Il nuovo format è più spudoratamente televisivo, ma con una continuità chiarissima: satira, attualità, imprevedibilità e quella sana allergia al quieto vivere che ci ha sempre contraddistinto. Per me cambia il vestito, non il vizio. Io resto il guastafeste di sempre, con un total green completamente rinnovato e la solita voglia di andare dove nessuno osa, soprattutto quando dà fastidio”. Che emozione c'è nel ripartire al tuo 21esimo anno di programma? “Ti assicuro che non riparto per abitudine, ma per fame. Fame di sperimentare nuovi linguaggi, di scardinare consuetudini sgradevoli, di rappresentare ancora una volta quella porzione di umanità che necessita di punti di riferimento a cui affidare la propria speranza. Questo nuovo corso è un upgrade emotivo prima ancora che televisivo. Nei miei servizi resto fedele a me stesso e al mio pubblico: ironia, determinazione sempre educata e tanta voglia di andare fino in fondo. Dopo ventuno anni la verità è questa: quando senti ancora la scossa, vuol dire che sei nel punto giusto”. Un'anticipazione sui servizi che andranno in onda? Ci sarà un filone in particolare da seguire? “In un programma settimanale è difficile parlare di “filoni”: il mio unico filo conduttore sarà mettere una lente d’ingrandimento su tutto quello che esiste, ma inspiegabilmente viene tollerato, ignorato o, peggio, normalizzato. Mi occuperò di bambini travolti da esempi sbagliati di adulti che dovrebbero tutelarli. Andrò a disturbare organizzazioni criminali che si arricchiscono nell’indifferenza generale, e personaggi senza scrupoli che fanno profitto sulla fragilità, sulla malattia, sulla disperazione altrui. Ti anticipo che non sono mancati epiloghi burrascosi, ma anche soddisfazioni e provvedimenti risolutori”. Alcuni dei volti storici sono andati via o non sono stati riconfermati, tu hai mai vacillato in questi mesi di incertezza? Cosa ti ha spinto a restare fedele a Striscia? “Una pausa così lunga Striscia non l’aveva mai vissuta, ed è normale chiedersi cosa stia succedendo. In quei mesi la risposta è arrivata dalla strada, non dai corridoi. Le persone mi fermavano, mi abbracciavano, mi dicevano “quando tornate?”. Ed è lì che capisci che questo programma non è solo televisione, è un’abitudine affettiva, un presidio. Alcuni colleghi hanno fatto scelte diverse, legittime, artistiche, personali. Io no. Perché io credo di essere nato per fare Striscia la Notizia. L’ho sempre detto: se non fosse esistita, avrei sognato un Antonio Ricci capace di inventarla. Sono un disturbatore gentile, uno scassa-pigne a fin di bene! E se disturbare significa non voltarsi dall’altra parte, allora sì: è il mestiere più bello del mondo del quale sento di non poter fare a meno”. -- https://www.napolitoday.it/attualita/luca-abete-striscia-la-notizia.html © NapoliToday -- Luca Abete sul ritorno di Striscia la Notizia: "Per me cambia il vestito ma non il vizio. Con la solita voglia di andare dove nessuno osa" https://www.napolitoday.it/attualita/luca-abete-striscia-la-notizia.html © NapoliToday -- https://www.napolitoday.it/attualita/luca-abete-striscia-la-notizia.html © NapoliToday
Intervista da Il Mattino del 21 gennaio 2026
Il COISP della Campania esprime solidarietà a Luca Abete, inviato di Striscia la Notizia. Fra le sue numerose inchieste a tutela della legalità vi è anche un servizio mirato ad affrontare il tema della diffusione, soprattutto tra i minori, di contenuti musicali che esaltano criminalità, violenza e disprezzo per le regole e che arrivano di fatto ad educare i bambini all’odio verso la Polizia, facendogli persino cantare testi apertamente ostili alle Forze dell’Ordine. Fra i tanti figura Gaetano Cordaro, autore di una canzone con contenuti esplicitamente contro la Polizia. Ed è proprio a seguito delle riprese di tale servizio che Luca Abete avrebbe ricevuto numerosi messaggi di insulti e minacce da parte di soggetti riconducibili, pare, alla fanbase del cantante, a conferma del clima di odio e delegittimazione che certi messaggi alimentano. “Esprimo vicinanza a Luca Abete per quanto ha subito, invitandolo a denunciare all’Autorità Giudiziaria gli autori di queste minacce. Purtroppo viviamo in un contesto sociale dove il poliziotto viene visto come il nemico da bersagliare e distruggere” – queste le dichiarazioni di Alfredo Onorato, Segretario Generale del Sindacato di Polizia COISP campano. Dello stesso tenore le parole di Giuseppe Raimondi, Segretario Nazionale referente del COISP per la Campania e Basilicata il quale così commenta: “Purtroppo Cordaro non è l’unico ad inneggiare alla violenza contro le Forze dell’Ordine, ci sono anche cantanti ancor più noti che cantano di droga, di ribellione e che paradossalmente fanno passare certe cose ed atteggiamenti per leciti demonizzando i poliziotti come il nemico da combattere e non come coloro che tutelano la collettività. Esprimo quindi piena vicinanza all’inviato di Striscia la Notizia Luca Abete, esortandolo a continuare nelle sue battaglie a favore della legalità”.
“Questo tour è stato un viaggio tra ragazzi e ragazze che cercano un posto nel mondo, mentre il mondo, spesso, non trova un posto per loro”. Così Luca Abete, storico inviato di Striscia la Notizia, programma televisivo cult di Canale 5, ha definito l’undicesima edizione di #NonCiFermaNessuno, la campagna sociale motivazionale che dal 2014 porta avanti nelle varie università italiane, con l’obiettivo di ascoltare i racconti, le esperienze le fragilità di migliaia di studenti, alle prese con le difficoltà di tutti i giorni. Il tour del 2025 ha visto la partecipazione di oltre 3.000 ragazzi, facendo tappa in otto atenei del Paese, da Sud a Nord: da Napoli a Cassino, passando per Pescara, Siena, Messina, Roma, Catanzaro e Cagliari. Nel corso dell’ultima edizione #NonCiFermaNessuno ha potuto contare sul patrocinio della CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università italiane – e del Ministero dell’Università e della Ricerca ai quali, dal 2018, si affianca la Medaglia del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Con il 2026 che entra nel vivo, Abete ed il suo team sono già a lavoro per programmare il loro dodicesimo tour in giro per l’Italia, che avrà inizio a metà marzo. Per l’occasione, Luca ha rilasciato un’intervista esclusiva a La Voce di New York. Come nasce il progetto #NonCiFermaNessuno? Nasce in un periodo in cui ho sperimentato un approccio diverso nel relazionarmi con i giovani. In genere le università e le scuole mi invitavano per parlare di legalità, di inchieste, ma notavo che ai ragazzi interessava sapere come un ragazzo di provincia, del sud Italia, era riuscito a coronare il suo sogno, arrivando a lavorare per la tv commerciale più importante del Paese e per un programma storico come Striscia. La gratitudine che mi manifestavano dopo le mie risposte, mi ha fatto capire che, più che lezioni, ai giovani servono storie credibile, che diano loro fiducia per il futuro. Così ho iniziato questo percorso di sperimentazione che poi è sfociato in questa campagna sociale. Abbiamo rivoluzionato il modo di vivere il concetto si successo. Siamo andati nelle università a parlare di sconfitte, e di come queste ultime potevano essere non la fine di un percorso ma la trasformazione di un viaggio e di chi lo sta compiendo. Ascolto storie di fragilità, che possono diventare un punto di partenza per sentirci meno soli. All’inizio è stato difficile, visto l’ambiente in cui operavamo, ma con il tempo abbiamo raggiunto riscontri clamorosi. La nostra community è composta da decine di migliaia di studenti, siamo stati a Città del Vaticano con Papa Francesco…la nostra formula è stata finalmente apprezzata. Nel corso di questi 11 anni quanti atenei avete visitato? Moltissimi, in tutta Italia, da Nord a Sud, isole comprese. Siamo stati nelle grandi città come nelle piccole, perché per raccogliere storie diverse occorre cogliere le diversità del nostro Paese. Non ci siamo limitati alle sole università: abbiamo partecipato ad eventi di vario tipo, come le commemorazioni di Falcone e Borsellino a Palermo, con 5mila ragazzi, con i quali abbiamo parlato di quanto sia importante credere in sé stessi, anche per combattere le mafie. Durante questo lungo percorso avete trattato diverse difficoltà che accomunano i ragazzi: ci puoi dire quali sono quelle più ricorrenti? Ce ne sono molte. Dalla solitudine alle pressioni che arrivano dall’esterno, dalle famiglie, dall’università, dalla scuola, dai social. Si parla di ostacoli da affrontare, che a volte sembrano più grandi di quello che sono e che per questo inducono i giovani a non mettersi in moto per tentare di superarli. Il Covid inoltre ha portato i ragazzi a riflettere su un altro aspetto fondamentale: la loro salute mentale. Cerchiamo di spiegare ai ragazzi, attraverso delle riflessioni, che gli ostacoli non devono mai diventare alibi. All’inizio di questo progetto, sicuramente innovativo per l’Italia, avete riscontrato delle difficoltà esterne? In alcune università c’erano rettori che non erano ancora pronti per una iniziativa di questo tipo. Ma il viaggio poi è stato in discesa grazie all’entusiasmo con il quale ci hanno sempre accolto i ragazzi, ovunque andassimo. Sappiamo che durante i tour ti piace soffermarti su due termini particolari, “Primopassismo” e “Rialzismo”: di cosa si tratta? Per comunicare e generare interesse tra i giovani bisogna essere bravi ad incuriosirli, a trasformare un po’ il linguaggio. Adoro i neologismi, ed anche gli studenti li apprezzano molto. Chiedo loro di essere “primopassisti”, cioè di fare il primo passo verso una nuova avventura. Il “Rialzismo” è invece l’arte di concepire la caduta non come la fine di un percorso, ma come un passaggio intermedio, che può capitare a tutti. Come mai un personaggio noto come te, uno dei volti storici di “Striscia”, ha sentito l’esigenza di dedicarsi ai ragazzi ed alle loro fragilità? Credo sia tutto naturale. Il mio è un viaggio particolare. Studiavo architettura e lavoravo come animatore ai matrimoni ed alle feste di compleanno. Poi ho “fatto carriera”, sono diventato clown negli ospedali. Da lì ho capito che la vera ricchezza sta nel donare agli altri una parte di te stesso, e in cambio ricevere sorrisi, affetto. Questo circolo ha accompagnato tutta la mia vita. Ho iniziato a fare tv con un programma per bambini, poi Striscia, 20 anni, 1800 servizi, tante battaglie per migliorare le condizioni di famiglie in difficoltà, per restituire legalità in luoghi in cui non c’era. Alla fine tutto ciò è un’evoluzione del concetto di clown, che dona un sorriso ed in cambio vuole solo vedere stare bene le altre persone. #NonCiFermaNessuno completa questo percorso. C’è stato un episodio o un incontro nel corso di questi 11 tour che ti ha colpito particolarmente? Ce ne sono stati moltissimi, potrei fare un elenco infinito. Ne ricordo però uno con particolare piacere. Una volta un ragazzo, che aveva già partecipato ad un incontro un anno prima, mi portò una lettera, mi ringraziò e se ne andò. Il suo era un racconto su come era cambiata la sua prospettiva dinanzi alla solitudine ed alle difficoltà tipiche di chi studia e lavora lontano da casa. Il grazie che mi aveva restituito mi fece capire quanto era importante un percorso di questo tipo. Secondo te la popolarità che hai acquisito grazie alla tv è stata un vantaggio nell’approcciarsi ai ragazzi, spesso poco propensi al confronto con gli adulti? Credo di sì, ma solo per il 20%. Gli studenti che vengono in aula vengono più che altro sono curiosi. Una volta terminati gli incontri, aspettano anche mezz’ora per una foto con me. Ma posso garantire che in quel momento loro la foto con la fanno con Abete di Canale 5, ma con Luca, l’amico che li ha riuniti per ascoltare le loro esperienze, le loro fragilità, le loro storie. Magari la mia popolarità serve ad attrarli, ma poi subentra l’importanza di diventare confidenti di un percorso di vita che ci accomuna e ci avvicina. Vi piacerebbe esportare questo format anche all’estero un domani, magari a New York? I disagi e le difficoltà dei ragazzi, nonostante le diverse declinazioni, sono un po’ le stesse anche superando i confini. Alla fine emerge sempre una problematica che ci accomuna: siamo tutti un po’ figli delle stesse paure, frustrazioni, della stessa solitudine. In questi anni abbiamo conosciuto diversi giovani provenienti da altri paesi: in aula, quando ci confrontiamo, le differenze vengono meno. Credo che questo format possa essere esportato, e che potrebbe migliorare la vita anche di chi non è più un ragazzino. L’ultima domanda è per il Luca di Canale 5. A breve ripartirà “Striscia”, pronto per questa nuova stagione? Per quanto mi riguarda, sarò quello di sempre, in cerca di nuove “magagne” in Campania e nel Sud Italia. E magari se dovesse emergere qualcosa di particolare anche a New York, io e la mia giacca verde arriveremo anche da quelle parti.
Vent’anni di inchieste giornalistiche e talk nelle università del Bel Paese: l’inviato di «Striscia la notizia» racconta per la «Voce» il progetto da lui ideato che unisce legalità, coraggio e crescita personale, trasformando le difficoltà in opportunità. In un mondo sempre più disordinato, dove le aspettative e le pressioni sembrano scontrarsi con quello che appare come un futuro alquanto incerto, per le nuove generazioni può essere difficile orientarsi e trovare la propria strada avendo cura allo stesso tempo della propria serenità. In questo scenario i più giovani possono trovare la luce grazie ai sogni, alla resilienza e al coraggio, e proprio questi elementi sono al centro di #NonCiFermaNessuno, campagna sociale motivazionale partita nel 2014 e che da allora, attraverso incontri nelle università e nelle scuole superiori italiane, ha portato un messaggio positivo e di incoraggiamento a decine di migliaia di studenti, riscuotendo un grande successo. L’ideatore del progetto è Luca Abete, volto noto della televisione da oltre vent’anni, inviato del celebre programma firmato Mediaset, “Striscia la notizia”. Abete è da sempre impegnato in segnalazioni di atti illeciti nella sua terra d’origine, la Campania, per quanto riguarda fenomeni come la criminalità, l’ingiustizia sociale e l’illegalità. Dal 2009 è tra i primi a condurre, con i suoi servizi, la battaglia di denuncia nella cosiddetta Terra dei Fuochi, tra Caserta e Napoli, indagando sui roghi di rifiuti tossici smaltiti dalle organizzazioni criminali. Si è dedicato con continuità alla guerra all’abusivismo e alla contraffazione, smascherando diverse truffe e portando alla ribalta storie di cittadini che vivono in condizioni estremamente disagiate. Per i temi trattati e gli scandali scoperti è stato in più occasioni minacciato e addirittura aggredito insieme alla sua troupe. Abete porta in prima persona la sua storia – un perfetto esempio di resilienza e determinazione nonostante difficoltà e ostacoli – nelle università con il progetto #NonCiFermaNessuno e in queste occasioni dialoga e si confronta con gli studenti. Nell’edizione 2025 la campagna ha visto protagonisti oltre 3mila studenti in otto tappe in atenei italiani, coinvolgendo oltre 4 milioni di utenti sui social network. Abbiamo intervistato in esclusiva Luca Abete, che ha raccontato il progetto e si è aperto anche su alcuni retroscena della sua vita. Ci parli di #NonCiFermaNessuno. “#NonCiFermaNessuno è nato nel 2014 per sperimentare per lo più nuove forme di comunicazione che potessero intercettare l’interesse dei ragazzi. Incontravo i giovani per parlare di temi come la legalità e le battaglie a favore dell’ambiente, ma loro erano interessati soprattutto a come fossi riuscito a realizzare il mio sogno. Infatti, quando raccontavo loro il mio percorso e la mia storia, mi rendevo conto che erano più interessati. Quello che così ho capito è che i ragazzi molto spesso non rispondono positivamente alle sollecitazioni degli adulti, perché gli adulti non sanno intercettare la loro attenzione. Allora ho pensato a un esperimento di comunicazione: ho voluto provare a parlare non tanto di successo ad ogni costo, ma di sconfitte, e dai frantumi che queste sconfitte lasciano, ho voluto far nascere un meccanismo di valutazione e di analisi. È quindi nato il format di #NonCiFermaNessuno, abbastanza trasgressivo per il tempo, perché nel 2014 l’aspetto motivazionale non era particolarmente diffuso e la parola resilienza non largamente utilizzata come lo è oggi. Abbiamo iniziato a parlare di sconfitte nelle università, il tempio del voto alto ad ogni costo. All’inizio abbiamo avuto un po’ di resistenza da parte di alcuni atenei, ma l’entusiasmo dei ragazzi e il riscontro positivo che il progetto ha avuto sulle reti sociali ci hanno spalancato le porte e motivato ad andare avanti. Negli anni abbiamo ricevuto la prestigiosa Medaglia del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per il valore e l’originalità della campagna, oltre a diversi patrocini ministeriali. Io personalmente sono stato a parlare davanti a 7mila ragazzi durante un incontro con Papa Francesco. Questi riconoscimenti dimostrano che questo progetto è vincente proprio per il metodo che adotta”. Cosa succede quando incontrate gli studenti nelle università? “Arriviamo nelle università e non ci conosciamo, siamo degli estranei, ma usciamo dall’aula dopo due ore e mezzo di talk come se fossimo amici. Accorciamo le distanze parlando delle nostre storie e questo meccanismo restituisce sicuramente una lezione importante, ovvero che a volte ci sentiamo soli perché siamo poco interessati a raccontarci e ad ascoltare. La formula dell’ascolto è tra le pratiche più banali, più analogiche, meno digitali… nell’epoca dell’intelligenza artificiale l’ascolto diventa la rivoluzione. L’ascolto di storie, l’ascolto di chi ha voglia di aprirsi e semplicemente di tirare fuori una piccola parte di sé stesso diventa un modo per creare empatia, per farci riscoprire quanto alla fine siamo simili indipendentemente dai luoghi in cui viviamo e dalle esperienze che abbiamo vissuto. È questa la formula più bella e il riscontro è magnifico. I ragazzi partecipano ognuno a modo proprio: c’è chi alza la mano per dire la propria, c’è chi racconta storie di fragilità terrificanti ed esperienze traumatiche, ma c’è anche chi tira fuori esperienze di coraggio, di resilienza, di grande capacità di convertire i momenti difficili in momenti di crescita. Anche coloro che non se la sentono di parlare, hanno la possibilità di compilare delle schede che distribuiamo per raccogliere testimonianze e racconti anonimi”. Le tematiche trattate più spesso durante gli incontri sono le fragilità, le difficoltà e le preoccupazioni dei giovani, molto diffuse in questa generazione. A suo parere, da dove scaturiscono? “Secondo me molte nascono dalle pressioni che i giovani ricevono o che comunque avvertono, che talvolta possono essere non reali come invece immaginano. I giovani sentono le pressioni della famiglia, della società, e al giorno d’oggi anche quelle che derivano dall’uso dei social network. Vivono una percezione di tutto ciò in maniera probabilmente sovradimensionata. Alcuni però, davanti alla tensione, alla pressione, al dover fare e al dover dimostrare, all’essere all’altezza, trovano anche uno stimolo per sviluppare il proprio talento e per incanalare le proprie capacità in qualcosa di proficuo. Altri invece, davanti alla paura di sbagliare e di non essere all’altezza, si fermano: non si tratta di una sosta proficua, ma di una sosta di chi rinuncia, di chi, invece di giocare la partita, preferisce non scendere in campo. Ai ragazzi dico sempre che la vera sconfitta è rappresentata dal non accettare la sfida, e che il giudizio degli altri è sì importante per aiutarci a migliorare, ma che non deve assolutamente penalizzarci tanto da renderci immobili in un cammino che inevitabilmente può essere fatto anche di amarezze e di delusioni”. Come ha visto il progetto cambiare ed evolversi in questi oltre dieci anni? “In questi 11 anni abbiamo affrontato tre fasi principali. La prima è stata quella prima della pandemia di Covid-19, durante la quale i ragazzi erano particolarmente interessati allo sviluppo del proprio cammino professionale, cioè studiavano e portavano avanti il proprio percorso, e avevano come focus principale della propria attività l’affermazione lavorativa successiva. La pandemia ha rappresentato uno shock per tutti gli studenti italiani: noi abbiamo continuato il nostro tour senza fermarci, abbiamo capito che in quel momento tragico e terribile era molto importante non perdere di vista gli studenti. Abbiamo fatto i nostri talk in streaming, con i ragazzi che si collegavano dalle loro camerette, e ci raccontavano come vivevano quel periodo così delicato. In quel momento hanno cominciato a raccontare della loro condizione emotiva, della loro situazione personale, dimenticandosi completamente del futuro perché l’emergenza lo aveva messo in secondo piano. Il momento del rientro alle università dopo la pandemia ci ha restituito dei ragazzi che hanno ritrovato l’interesse per il futuro, ma al quale hanno anteposto il loro benessere psicologico. Negli ultimi anni i ragazzi ci raccontano più della loro situazione personale che di quella accademica e universitaria e delle prospettive lavorative. Questa, secondo me, è una bella evoluzione della loro esperienza personale di vita in generale: cominciare a interrogarsi sulla propria felicità, su quello che fa stare bene, su quello che in qualche modo può essere al centro di una consapevolezza rinnovata. Ovviamente, non dobbiamo perdere di vista quelle che sono le prospettive future. È quindi giusto raggiungere un equilibrio tra questi due elementi, benessere personale e percorso di studio e professionale: penso che possa rappresentare una forma di maturazione di questa generazione”. #NonCiFermaNessuno ha una grande risonanza in Italia. State pensando anche di esportare il format all’estero? “Nelle università che visitiamo ci sono studenti coinvolti in periodi di studio e progetti all’estero, e allo stesso tempo incontriamo spesso studenti provenienti da altri Paesi che si trovano per un periodo di tempo a studiare in Italia. C’è quindi una contaminazione di esperienze che probabilmente amplificheremo anche negli anni futuri. Vorremmo contaminare ulteriormente il talk e lo storytelling con narrazioni di chi vive esperienze estere. Riscontriamo un interesse da parte di università straniere di capire come mai in Italia è nata questa formula, che riesce a ottenere qualcosa di proficuo facendo semplicemente un buon lavoro di sinergia con gli studenti. La nostra intenzione è quella di arricchire sempre di più il nostro racconto, il nostro mosaico di esperienze e di narrazioni, includendo anche ragazzi provenienti da altri Paesi e coinvolgendo studenti italiani all’estero. Riteniamo sia importante anche sentire la voce di chi vive l’Italia con un parallelo diverso negli occhi, nel cuore e nella testa e poi, naturalmente, i media ci aiutano tanto a diffondere e a divulgare questo metodo che ritengo possa essere veramente rivoluzionario nel migliorare i percorsi di vita di tanti ragazzi, italiani e stranieri. Da ciò che i giovani ci raccontano emerge un elemento importante e significativo: può cambiare il Paese, può cambiare la lingua con cui si narrano i propri percorsi di vita, ma molte esperienze restano simili. Questo ci fa comprendere che, laddove esiste una preoccupazione, essa può dirsi generalizzata, anche al di fuori dei confini italiani”. Avete già in mente delle tappe per il tour 2026? “Il prossimo tour non è ancora stato definito, ci stiamo lavorando. Come ogni anno, includeremo sia atenei in cui non siamo ancora stati sia università che abbiamo già toccato e che per noi sono una conferma in termini di accoglienza. Ci ripetiamo molto volentieri dove c’è una community particolarmente attiva. Utilizziamo l’esperienza dell’anno passato per rimodellare un po’ il format, cercando di puntare su quelle che sono le emergenze e le attenzioni più sentite dai ragazzi. Ogni tappa, pur mantenendo una continuità con le precedenti, è sempre unica, perché nasce dal contributo diretto dei ragazzi che incontriamo. Ogni incontro si trasforma così in un vero e proprio laboratorio: non un punto di arrivo, ma un punto di partenza, in cui i giovani partecipano attivamente e diventano a loro volta portavoce, organizzatori e divulgatori. Ci mettono la faccia e si trasformano in ambassador dei valori della campagna per i loro coetanei, collaborando con noi prima, durante e dopo le attività e diventando vere e proprie sentinelle degli atenei, pronte, all’occorrenza, a tendere la mano agli studenti in difficoltà”. La campagna #NonCiFermaNessuno è strettamente collegata alla sua storia personale. Qual è stato il suo percorso? “Sono nato ad Avellino, nell’entroterra campano. Mentre studiavo architettura all’università, ho cominciato a lavorare come animatore e clown e ho così scoperto che regalare un sorriso mi dava più soddisfazioni e mi restituiva emozioni più intense rispetto al progettare edifici. A piano a piano ho cominciato a sviluppare questo percorso semplicemente provando a sperimentarmi, dandomi del tempo mentre studiavo proprio per capire quale potesse essere la mia dimensione lavorativa, creativa e artistica, vedere se veramente c’era un qualcosa di importante da questo punto di vista da tirare fuori. Con il tempo ho cominciato a fare programmi per bambini, e ho capito che quella era la mia strada. Ho fatto delle sperimentazioni ‘on the road’ con dei format piccoli su delle reti televisive locali finché poi, quando ho scoperto che ‘Striscia la notizia’ cercava degli inviati dalla Campania, ho fatto un concorso e sono stato scelto per tale ruolo grazie al voto degli italiani. Da allora sono passati 20 anni di attività, durante i quali ho svolto 1.800 inchieste; sono stato il primo a far emergere il problema della Terra dei Fuochi, recandomi in prima persona in luoghi dove venivano commessi crimini ambientali gravissimi, ho combattuto per migliorare la sanità campana, ho rincorso truffatori e sono stato molto spesso rincorso. Ho riportato oltre 100 giorni di prognosi a seguito delle aggressioni subite; dopo un servizio sulle case confiscate ai Casalesi ho ricevuto minacce di morte; sulla mia pagina Wikipedia, accanto alla data di nascita, è stata addirittura aggiunta una data di morte. Si tratta di numerose esperienze di resilienza che ho sempre vissuto con grande leggerezza, perché credo che la qualità del lavoro che porto avanti non debba mai essere condizionata da tali pressioni; anzi, minacce e intimidazioni hanno rafforzato la mia consapevolezza che il male mi vedesse come un rivale e che, quindi, stessi svolgendo bene il mio lavoro. E poi il fronte di coloro che mi sostenevano è diventato particolarmente caldo e molto presente intorno a me: milioni di telespettatori e migliaia di cittadini della regione nella quale lavoro come inviato, la Campania, mi hanno sempre dato un sostegno incredibile. Queste sono le caratteristiche che credo possano aver determinato il mio successo in televisione. Da ragazzo di provincia che giocava con i bambini che incontrava, sono riuscito a realizzare il mio sogno, continuando a lottare per migliorare il mio Paese; da clown che regalava un sorriso ai bambini, oggi regalo un sorriso ai cittadini in difficoltà. Penso che sia una parabola bellissima. Il fatto che vada avanti e combatta per questi ideali, anche contro chi cerca di distruggerli, penso possa essere uno degli elementi più ispiranti e che conferma la credibilità della narrazione, apprezzata particolarmente dai ragazzi nelle università. Loro in me non vedono il coach che viene a dare lezioni di vita, ma vedono il personaggio televisivo che racconta non tanto dei successi, ma di tutti i momenti difficili che ha passato e di come li ha affrontati”. Che implicazioni ha il lavoro di inchiesta e di denuncia che fa? Perché è necessario ancora oggi? “Alcuni problemi vengono risolti, ma ne nascono altri. In 20 anni di attività in questo lavoro, ho visto molte situazioni risolversi, mentre tante altre si sono semplicemente trasformate nella loro forma. Per esempio, prima la truffa si faceva vis-à-vis, oggi invece avviene sul web. Ci sono molti cambiamenti che avvengono comunque, perché l’indole dell’essere umano non sarà certo modificata né da un programma televisivo né dal passare del tempo. Il lavoro di denuncia che abbiamo portato avanti con ‘Striscia la notizia’ negli anni e che ho personalmente svolto in Campania, ha portato però a una radicale trasformazione. Quando ho cominciato, alcune pratiche illegali non venivano neanche percepite come tali. Già il fatto che oggi esistano dei paladini della legalità, e che la legalità sia finalmente riconosciuta come un valore importante per cui schierarsi e combattere, rappresenta per me una grande soddisfazione. Quando ho cominciato, invece, vivevo la solitudine di chi crede in una battaglia non condivisa da tutti e venivo contrastato persino da chi, per principio, avrebbe dovuto sentirsela propria. Anche nei casi in cui non abbiamo vinto la nostra battaglia, è stato comunque un grandissimo successo aver rappresentato per molti cittadini un punto di riferimento a cui hanno aggrappato la loro speranza”.